IL FASCINO PERMANENTE DELLA CORONA E DELLA REGALITÀ

In molti hanno scritto che la scomparsa della regina Elisabetta II d’Inghilterra, con le immagini e le dirette televisive del suo prolungato funerale, hanno suscitato un certo interesse, addirittura fascino nei confronti dell’istituto monarchico. Antonino Sala, collaboratore della prestigiosa Fondazione Thule di Palermo, in un post su facebook ha invitato a leggere il libro del professore Tommaso Romano, “La Tradizione Regale. Singolarità fra Autorità e Libertà”, Fondazione Thule Cultura (2021, e.30,00. fondazionethulecultura@gmail.com)

Ho accolto l’invito, lasciando in sospeso un libro che stavo leggendo per dedicarmi completamente alla monumentale Summa del professore Romano, sulla Regalità presente nella storia delle Civiltà dell’uomo. Una regalità ora vilipesa da infime volgarità e sprofondamenti nel buio delle catene degli interessi solo mondani. Un testo di 313 pagine, suddiviso in due parti, la prima in cui si sviluppa il concetto di  regalità, nella seconda si dà spazio ad una serie di dieci saggi ed interventi, contributi che confermano la prospettiva attraverso le opinioni e le analisi di esperti studiosi sul tema. Gli interventi presenti sono di Ignazio E. Buttitta, Manlio Corselli, Fernando Crociani Baglioni, Pier Felice degli Uberti, Vincenzo Guzzo, Gennaro Malgieri, Carmelo Montagna, Roberto Russano, Antonino Sala, Primo Siena. Nel testo troviamo un’ampia bibliografia e un Florilegio della Regalità, un mosaico variegato di citazioni, massime, aforismi, di personalità più o meno note della cultura tradizionale e conservatrice. Approntare una recensione esauriente di “quest’opera è estremamente arduo,– scrive Carmelo Fucarino –  se non impossibile, sia per la sostanza dei temi trattati sia per la profonda acribia dell’indagine che si avvale della ricerca storica dalle prime comunità antropologiche alla recente codificazione storica e soprattutto filosofica, per il rigore logico nella sua sincronia e diacronia”.(Carmelo Fucarino, The Crown o se volete la Corona, 2.2.22, culturelite.com).

Nel proemio l’autore esplicita e definisce la reale dimensione ideologica del trattato: «La regalità è la bellezza manifestata dal Sacro che si protende al superiore, il mito dell’ordine, un radicamento nel simbolo, l’umana trascendenza che supera il solo divenire del singolo e la consegna dell’Assoluto, al tempo della vita».

Il professore chiarisce subito che la «regalità è l’incarnazione di un Principio che si incarna in un Re» e dal «riconoscimento della corretta Origine del potere sovrano, generato e codificato nel Rito sacro, nei Simboli, nel Mito che è sorretto dalla Grazia e dalla Volontà di Dio, con la decisa e laboriosa volontà e determinazione di guida pastorale del popolo, delle nazioni, perseguita e fondata sul primato dello spirituale e del conseguente Diritto Naturale».

Pertanto, per Romano, “Il re è il mediatore per eccellenza. In senso orizzontale: fra corpi costituiti, i gruppi di interesse, le funzioni, le fazioni, fra gli stessi individui. In senso verticale: fra il divino, a cui ogni regalità si richiama, e gli uomini sui quali essa si esercita”. Se smette di essere un mediatore,“smette di essere re e diviene un capobanda”. Ma il re è anche un arbitro e non un despota, equo decisore nell’equilibrio fra le parti. Al re bisogna accostare la figura del padre. Non è un caso che la rivoluzione trionfa con la decapitazione del Padre del Regno nel 1793. Un odio al Padre della Patria, nello stesso tempo muore anche la paternità insieme al suo stesso fondamento che è la famiglia, quella tradizionale. Romano su questo tema fa riferimento al professore Claudio Risè, che ha scritto interessanti libri sulla figura del padre e sulla sua “scomparsa” nella società di oggi.

“Era naturale che, per secoli, la Chiesa e i suoi fedeli abbiano ravvisato nel re un’immagine di Dio Padre, e in ogni regno un’immagine del regno”. Intanto precisa Romano che la parola regno” compare innumerevoli volte nel Vangelo, e quando Gesù ci insegna la preghiera ideale, ci insegna a pregare per l’avvento di un regno, non di una legislatura.

Anche lo stesso matrimonio inteso come istituzione superiore e non solo frutto del sentimento. Lo sposo diventa l’icona del principe quanto la sposa come principessa. La Madonna, madre di Dio e Corredentrice, Ella è Regina del cielo, madre del Dio vivente, di Gesù Cristo. E’ la regina dei supplicanti, dei vinti, dei condannati, dei cristiani che combattono. Maria è anche la regina che trasmette la vita.

Il testo si sofferma sull’importanza del mito e della sacralità, facendo riferimento alla tradizione greca da Omero in poi, la sacralità del mito è indicata dalla forma biblica, quel David straordinario antenato di Gesù, alla millenaria tradizione dei faraoni. Ci sarebbe da rilevare l’archè divina del re orientali, indoeuropei e persiani. Lo sviluppo diacronico del concetto sintesi di Regalità e Sacralità trova nel testo un’analisi puntuale e particolare, passando dalle società note attraverso l’archeologia e i reperti e monumenti per passare alla storia da Atene, a Roma e Bisanzio nell’evidenza della sacra unzione. Nel testo si raccomanda che lo studio del passato va contestualizzato, va sempre visto non con la mentalità di oggi.

Romano in particolare rivaluta il lungo periodo dell’Impero Bizantino, denigrato arbitrariamente da certi storici come Edward Gibbon. “Ancora oggi la marginalizzazione della storia bizantina, in tutti i suoi domini, è palese in ambito storiografico, teologico e anche artistico […]”. C’è qualche eccezione, fra queste spiccano Marta Sordi, Ilaria Ramelli, Franco Cardini. Ma soprattutto la colossale opera su Bisanzio, A Short History of Byzantinum del 1997, dell’illustre storico John Julius Norwich. Lo storico segnala la figura di Costantino il “Grande”, che in appena quindici anni, prese due decisioni epocali, ciascuna capace di mutare il corso della storia: “l’adozione del Cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero e il trasferimento della capitale da Roma alla nuova città eretta sul luogo dell’antica Bisanzio […]”. Sempre su Costantino, Romano cita lo storico Alessandro Barbero, col suo monumentale studio, “Costantino il vincitore”, Salerno editrice (2016). Qui vengono analizzate “tutti gli aspetti della vita, delle imprese, della pace religiosa e delle realizzazioni multiformi […] sulla rappresentazione del trionfo e della fede di costruzioni celebrative, di basiliche, caserme, palazzi, città […]”. Un giudizio su Bisanzio è complesso, non mancarono ombre e crociate, invasioni e pure vassallaggi imposti. Un grande impero Romano d’Oriente nato l’11 maggio del 330 e finito il 29 maggio 1453, in quegli anni ottantotto tra uomini e donne hanno indossato la corona imperiale. Pochi furono quelli spregevoli, “i più furono sovrani coraggiosi, retti, timorati di Dio che, con maggiore o minore successo diedero il meglio di sé”. Certamente la civiltà bizantina non merita il giudizio negativo che gli addossa Gibbon, “quella bizantina fu, al contrario, una società profondamente religiosa in cui l’analfabetismo, almeno tra le classi medio-alte, era praticamente sconosciuto, e in cui numerosi imperatori acquistarono fama per la loro erudizione”.

Interessante il capitolo del libro dove si affronta il rapporto tra Romanità e Cristianità. Romano lamenta un rinnegamento e una marginalizzazione della Sacralità e del Diritto Naturale per colpa della sferzante pretesa del laicismo secolarizzato nel frattempo egemone nella ricerca filosofica e teologica. Tuttavia per Romano sicuramente il cardine della civiltà occidentale e cristiana, è stata la sacralità, la monarchica e l’impero.

A questo punto è fondamentale comprendere che cos’è la romanità? Attenzione ci tiene a precisare Romano, qui ci interessa, “non il rapporto tra Gesù e Roma, ma tra Gesù e la Romanità”. Anche perché Gesù ha voluto nascere, crescere e morire sotto Roma, “Gesù si fissa in quel tempo come suddito di Roma. Ma non essendo un suddito qualunque bensì il Figlio di Dio, Gesù consacra una volta per tutte la Romanità”. Romano segnala anche la lettura dottrinale su Romanità e Cristianità che hanno fatto altri Autori come per esempio Augusto Del Noce e tanti altri. A questo proposito sono significative l’interpretazione che ne dà Attilio Mordini, con il suo “Tempio del Cristianesimo”, in particolare il quinto capitolo, riproposto abbondantemente nel testo di Romano, dove riconosce il grande lavoro dell’impero romano che ha ordinato a sé tutte le nazioni del mondo allora conosciuto. In questo modo Roma raccoglieva nel suo Pantheon i simulacri di tutte le divinità. Ma questo era un sincretismo, sarà successivamente il Cristianesimo a fare la vera unità. Il testo del professore Romano si concentra nell’approfondire l’origine del potere attraverso il diritto romano. Anche in questo caso i riferimenti agli studiosi che si sono occupati del tema, è straordinario a cominciare dallo stesso imperatore e pensatore Marco Aurelio. E poi il direttore e animatore de “La Tradizione”, Pietro Mignosi. Infine al professore Salvatore Riccobono Jr., continuatore fedele del grande romanista Salvatore Riccobono, Accademico d’Italia (1864-1958) che ha coraggiosamente polemizzato con i teorici del nazionalsocialismo a Berlino, non assencando per nulla l’antisemitismo nazista, rivendicando l’originalità del Diritto Romano, poi innervatosi nel Cristianesimo.

Interessante la breve scheda su “L’Ancien Regime”, dove si cita il prezioso opuscolo dottrinale di Sant’Alfonso Maria dé Liguori, “La fedeltà dei vassalli verso Dio li rende fedeli anche al loro Principe”, del 1777. In quest’opera il santo napoletano ha indicato diverse figure esemplari di Sovrani Cristiani: Costantino il grande, San Luigi IX, re di Francia, Santo Stefano, re di Ungheria, Sant’Etelberto del Kent, ma anche le Sante Sovrane, come Brigida Regina di Svezia e altri. Romano ricorda la Profezia sul Gran Monarca nelle Tradizioni dei Re Taumaturghi e la trascendenza del Principio Monarchico. Qui si pone l’attenzione sul mito del Gran Monarca che lotta contro l’Anticristo e che avrebbe liberato la Terra Santa dagli infedeli attraverso una solenne, mistica e gloriosa crociata. Per il giurista Pierre Dubois, il Gran Monarca era Filippo il Bello. Mentre Francisco Elias de Tejada lo attribuiva al re Filippo II di Spagna, come si evince nella succosa opera La Monarchia Tradizionale.

“Il tema del Gran Monarca – secondo Romano – è ancora vivo nel mito, nelle visioni mistiche, persino in alcuni, fra i molti, messaggi mariani, specie quelli di Fatima, in don Bosco e in san Pio da Pietrelcina”. In “La Tradizione Regale”, c’è anche spazio per la descrizione dell’antichissima sacralità dell’imperatore giapponese in un’epoca che ha avuta imposta la sua dissacralizzazione.  Il penultimo capitolo presenta il tema dei Totalitarismi: Comunismo, Nazismo, Democratismo e dittature salutiste. Qui si affrontano le ideologie che hanno occupato il secolo scorso, il Novecento. Tutti intendono costruire un mondo nuovo, che diventa un mito, ben descritto da Eric Voegelin. Apparentemente contrapposte le ideologie che hanno infiammato e insanguinato il Novecento, hanno tutte una struttura comune. “Evidentemente – scrive Romano – il contenuto dell’espressione ‘mondo nuovo’ varia secondo le ideologie. Identica però è la ‘speranza’ di una possibile redenzione affidata all’uomo nella storia, identica è la fede nella rivoluzione intesa come grazia santificante, identica è l’attesa del Regno.

Romano si attarda nel sottolineare la traduzione pratica dell’ideologia marxista nel sistema sovietico, del Partito Comunista al potere, e del suo braccio armato e repressivo di polizia, dell’esercito, del terrore, dei gulag. Veniva promessa la “felicità per tutti”, eretta lucidamente sullo sterminio, sul carcere, sulla repressione, il tutto con la complicità morale dell’Occidente, che non voleva ascoltare i dissidenti come Bukowski, Zinoiev, Sacharov e poi il lucidissimo profeta Alexander Solzenicyn con il suo Arcipelago Gulag. Si critica l’egemonia culturale gramsciana che dura ancora, con le tonnellate di volumi, pubblicazioni, giornali. Fa notare Romano che la ricca Fondazione Feltrinelli non dedicò mai una parola ai dissidenti e ai “confortevoli” gulag.

Attenzione il professore Romano ci mette in guardia: la dottrina totalitaria comunistica è tutt’altro che defunta. Non è facile smascherare i bavagli imposti. Oggi, “servirebbero élites consapevoli, minoranze attive determinate, che sappiano rispondere con libertà e con strumenti adeguati (culturali, mediali e politici) a un tale stato di cose, che è il frutto coerente dello spirito della modernità, postmoderno compreso”. Necessiterebbe una una visione di risorgenza, servirebbe una “superiore visione e un principio unificante della sovranità Regale (che non è sovranismo)”.

L’ultimo capitolo (Fra Sovranità e Sovranismo. Vere e false identità) si offrono dei chiarimenti sul tema dell’istituzione monarchica. Il professore critica un certo tradizionalismo, conservatorismo monarchico che “vive di un pur ammirevole lealismo e/o nostalgismo romantico, chiuso, troppo spesso, in un recinto ideale, rispettabile ma a volte asfittico, che appare inamovibile e infruttuoso”. La Monarchia non è un moloch immodificabile, come pretende di essere la Repubblica. Bisogna rileggere la Storia e la dinamica delle idee e soprattutto “qualunque revisione si deve legare alla contestualizzazione, pena l’esercizio acritico della ricerca e lo stravolgimento passatista […]”. Attenzione a come viene narrata la storia, è inutile affannarsi a far giustizia, a condannare e assolvere. A certe sterili rivendicazioni territoriali, ai cosiddetti sudisti, sicilianisti,papalini, padani, tirolesi,nazionalisti beceri. “Il fatto non è teoria che, ovviamente, non esclude la Tradizione (che è il contrario della mummificazione della storia che è sempre in divenire, come è nella natura stessa), e che non è la contemplazione della cenere (Gomez Davila), quanto un fuoco perenne, vivo, permanente, che ogni soggetto umano sostanzia, propone e consegna, senza per questo doversi ergere a misura di tutte le cose”. Questo non esclude, come ci ha insegnato Renzo De Felice, la lettura critica, il revisionismo necessario. “Un acritico e anacronistico restaurazionismo è tanto sterile, quanto inutile o addirittura deleterio al singolo quanto alle ‘patrie’, che si vorrebbero affermare o riaffermare”.

Interessanti le riflessioni finali del professore palermitano sulle spregiudicate oligarchie falsamente democratiche oggi presenti a livello planetario, che “condizionano dolcemente, usando soprattutto la tecnica, i media, l’informatica unita alla cibernetica e alla chimica, verso l’inquadramento del corpo sociale, addestrato come il cane di pavlov”. Queste oligarchie hanno una grande capacità di manipolazione e sorveglianza, costruiscono “emergenze”, risolvendo ogni dissenso e ogni disobbedienza civile. L’impero del nostro tempo, scrive Romano è il grande fratello che già Huxley, Benson e Orwell ci avevano profeticamente prospettato, oggi imposto con un potente Bio-potere in mano a pochi. Non vogliamo apparire complottisti o esagerati, basta solo osservare e non spedire al capestro l’intelligenza in pericolo di morte, come la diagnosticava Marcel de Corte.

Concludo la mia sintesi incompleta all’importante testo di Romano con le parole dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II di Savoia: “La Repubblica si può reggere col 51%, la Monarchia no. La Monarchia non è un partito. E’ un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla […] non posso essere il capo di una fazione. O le circostanze mi permettono di essere il Re degli Italiani o preferisco essere un signore privato, un Italiano in esilio”.

DOMENICO BONVEGNA

dbonvegna@gmail.com