Knowledge in Psychiatry Journal trasforma il muro di conoscenza in una rete di scambi, dinamica ma costruttiva, flessibile ma con basi scientifiche solide, per una visione della Psichiatria a 360 gradi.

INTERVISTA A FRANCESCA FIALDINI, CONDUTTRICE DELLA DOCU-SERIE RAI “FAME D’AMORE” SUI DISTURBI ALIMENTARI

Francesca Fialdini è autrice e conduttrice tv. Dal 2020 al 2023 si è dedicata a Fame d’amore, una docu-serie prodotta da RAI 3 e Ballandi, incentrata sulle storie di ragazze e ragazzi in lotta con i Disturbi dell’Alimentazione.

Per la giornalista e per l’essere umano Francesca Fialdini, com’è stato entrare nelle vite dei ragazzi e delle ragazze di Fame d’Amore?

“Sconvolgente, doloroso, duro, dolcissimo e istruttivo insieme. Ogni storia che ascolto è un mosaico di piccole o grandi ferite che hanno un bisogno assoluto di essere urlate, mostrate, a volte drammatizzate comunque ascoltate. Impossibile per me non farmi scalfire.”

 

I disturbi alimentari sono patologie psichiatriche croniche e/o recidivanti, molto difficili da curare. Eppure, ascoltando le storie di questi/e giovani, ci si accorge di trovarsi di fronte a persone estremamente consapevoli di sé, a contatto con la propria sofferenza e in grado di descriverla nonostante la giovane età. Non esiste, secondo lei, il rischio che stando insieme si rafforzino nei loro istinti autolesionisti?

“Questa è una possibilità che esiste stando molto a contatto nella stessa struttura, ma penso anche che possa accadere il contrario. La motivazione che porta ad affrontare un percorso di cura sperando in una possibile guarigione, può arrivare in modo imprevedibile, secondo logiche del tutto personali sia emotive che psicologiche. Guardando gli altri può scattare anche una forma di sana invidia che ti tira fuori dalle ossessioni.”

 

Una delle protagoniste della serie Fame d’amore ad un certo punto afferma: “È più difficile vivere che morire”. Per molte di loro crescere, diventare adulte, rappresenta una sfida soverchiante. Perché questi ragazzi/e sono così fragili di fronte alle esperienze della vita?

“Perché non abbiamo pensato al futuro, non abbiamo curato gli interessi delle nuove generazioni e questo comportamento colpevole nei loro confronti lo stiamo perpetuando. Le sembra che la politica stia offrendo delle possibilità ai ragazzi? Li sostenga nella crescita, li indirizzi verso una visione, li aiuti a sentirsi protagonisti? A me pare che i ragazzi vengano mortificati, anche nel dibattito pubblico. Se si impegnano per il clima li delegittimiamo rimandando al mittente la loro protesta, se non si impegnano in nulla li trattiamo come una zavorra. Vorremmo che facessero quello che desideriamo noi adulti e cioè rimanere dentro un sistema ordinato secondo logiche (anche economiche) che ci hanno portato fino a qui. Pensiamo alla scuola, a quanto servirebbe una riforma. Ai linguaggi che usiamo quando in TV ci occupiamo di giovani, trattandoli come un perfetto target di consumatori. Per non parlare della disgregazione emotiva di questa società che premia l’individualismo e l’egocentrismo. Nei loro racconti tornano frequentemente adulti di riferimento disattenti alle loro esigenze, se non addirittura indifferenti; adulti impegnati a crearsi una posizione e a mostrarla con vanità, desiderosi di mantenere alta la loro immagine arrivando a nascondere la malattia dei figli come una vergogna. Manchiamo di un’educazione sentimentale e di una progettualità collettiva e intergenerazionale.”

 

Villa Miralago, Auxologico Piancavallo, Palazzo Francisci, sono tutte strutture d’eccellenza per il trattamento dei DCA. Frequentandoli durante le registrazioni di Fame d’amore che impressioni ne ha ricavato, sotto il profilo della relazione tra specialisti/personale sanitario da un lato, e pazienti dall’altro? Cosa rende speciali questi luoghi di dolore e guarigione?

“L’approccio multidisciplinare, l’attenzione al singolo paziente ma anche al gruppo nel suo insieme. Le cura passa anche dalla condivisione di esperienze emotive durante l’ora del pasto così come dalle iniziative che aiutano a recuperare ‘ il senso’ del proprio corpo entrandovi a stretto contatto, come la danza terapia o la lezione di psicomotricità.”

 

Non tutte le persone prese in carico dalle strutture che curano i DCA ce la fanno a completare il percorso, e per qualcuno/a la non guarigione equivale alla fine della vita. Un caso recente l’ha scossa particolarmente, tanto da aver voluto condividere la notizia in prima persona. Senza entrare nel merito di questa vicenda, cosa si sente di dire a chi in questo momento sente forte la tentazione di lasciarsi andare, di non combattere più?

“La storia a cui fa riferimento mi fa anche molto indignare perché in questo caso evidenzia una sufficienza nella presa in carico dei pazienti che a volte è molto condizionata dal profitto e da logiche che non hanno a che vedere con la salute dei pazienti. È un vizio di forma della sanità sempre più privata e sempre meno pubblica. Chi vorrebbe lasciarsi andare sta attraversando un dolore che non posso giudicare ma che sicuramente non mi lascia indifferente e non fare sentire invisibile chi soffre è la prima cosa da fare. Giorgia, una ragazza di Fame d’amore che aveva già tentato il suicidio, mi disse “ma davvero ti interessa quello che ho da dire?”. Io so che è possibile guarire o almeno trovare un equilibrio personale che ci faccia sentire e ritrovare il gusto delle emozioni. So che non ci si deve vergognare della propria sofferenza, si può camminare a testa alta nonostante la fatica, i pesi e il senso di incomprensione che ci si porta dentro.”

 

Il cibo, il peso, la bilancia, sono tutte parole che per chi soffre di DCA hanno un significato diverso, quasi totalizzante sul senso stesso dell’esistenza. Quando lei ad un certo punto chiede di poter mangiare con loro, condividendo lo stesso pasto, che tipo di esperienza vive? Ce la descriva, se riesce, soprattutto dal punto di vista emozionale.

“Sapevo di entrare in un contesto delicatissimo, dove in qualunque momento e per una minima cosa avrei potuto risultare invadente innescando una reazione emotiva di qualunque tipo. Sentivo nell’aria una grande tensione e mi sembrava di percepire anche una certa paura da parte delle ragazze che guardavano il piatto. Si sentivano in colpa ancora prima di mangiare. C’era un’energia molto bassa nella stanza ma ho pensato che parlare di qualcosa che rimandasse sensazioni positive potesse aiutare ad affrontare la situazione. Così abbiamo ascoltato della musica, parlato di concerti, di esperienze per loro importanti.  Mi è sembrato che per un po’ la cupezza si sia allontanata e ci è scappato anche qualche sorriso e momenti di vitalità.”

 

C’è una storia di rinascita che l’ha colpita talmente tanto da poter essere considerata paradigmatica di come potrebbe/dovrebbe svolgersi un percorso di uscita dai DCA, e che possa fungere da messaggio di speranza anche per i familiari dei ragazzi/e che stanno per iniziare la cura?

“Quella di Alberto, un ragazzo che per anni ha combattuto la sua battaglia col cibo prima sviluppando una forma grave di anoressia nervosa, poi passando alla bulimia e finendo in rianimazione a causa di un uso eccessivo di psicofarmaci. Ma trovo paradigmatica questa storia per il modo in cui Alberto ha scavato nelle sue relazioni familiari, andando a scoprire cosa lo avesse bloccato e liberandosi da una forma di giudizio che gli impediva di vedere la verità dei rapporti che aveva vissuto a casa. E scoprendo anche qualcosa che non aveva mai saputo prima, qualcosa che si è rivelato liberatorio. Alberto credeva di essere stato abbandonato, solo quando si è riconciliato con i suoi genitori ha potuto iniziare a conoscere sé stesso. Oggi è un medico affermato che cura i disturbi alimentari in un centro molto rinomato.”

 

L’ultima domanda è una curiosità: come è stato scelto il titolo della docu-serie Fame d’amore? E c’è davvero la mancanza/ricerca d’amore dietro l’aumento dei casi di DCA anche nel nostro Paese?

“Il titolo si deve a una felice intuizione del prof. Leonardo Mendolicchio e nasce dalla sua esperienza professionale. Dietro ai disturbi alimentari ci sono una serie di cause e concause ovviamente, noi abbiamo solo evidenziato come nelle storie dei nostri ragazzi sia assai frequente una grave forma di svalutazione delle loro esigenze così come delle loro passioni, emozioni, sentimenti. Nelle loro narrazioni emerge forte e chiara la sensazione di non sentirsi amati, se non addirittura di essersi sentiti rifiutati fino a decidere di annullare loro stessi per non dare fastidio. Professionalmente mi piace constatare che anche dal punto di vista mediatico siamo arrivati a riconoscere che non possiamo più parlare con superficialità di questo tema (vedi il famoso “non mangia perché vuole fare la modella”) perché la crescita del disagio è sempre più evidente e dice sicuramente qualcosa del modo in cui stiamo costruendo le nostre relazioni. La domanda che mi faccio è: siamo pronti a farci giudicare sull’amore?”

 

Intervista a cura del Direttore Scientifico Prof. Sergio De Filippis, e della Responsabile Editoriale Dott.ssa Paola Perria.