Il grande psicanalista junghiano Ernst Bernhard andrebbe a nozze nel visitare «La Grande Madre», la mostra prodotta dalla Fondazione Trussardi che aprirà il 26 agosto a Palazzo Reale di Milano a cura di Massimiliano Gioni. Infatti Bernhard nel suo famoso saggio del 1961 intitolato proprio Il Complesso della Grande Madre scriveva: «La chiave che permette di schiudere l’enigma dell’anima italiana è la constatazione che in Italia regna la Grande Madre mediterranea, la quale nonostante le molte civiltà sovrappostesi, non ha perduto nei millenni né di potenza, né di influenza». La Mamma di Gioni è l’unico progetto di arte veramente in tema con Expo che invece lo ha praticamente ignorato preferendo sostenere i vari nonni Sgarbi, Celant o Bonito Oliva. Abbiamo incontrato Gioni a New York dove sta installando la mostra via Skype non potendo muoversi: la moglie, ironia della sorte o calcolata coincidenza, sta per diventare Mamma.

Gioni, in un Paese di “mammoni” una mostra sulla mamma: da dove Le è venuta l’idea?

«Volevo affrontare il tema dell’Expo, “Nutrire il pianeta”, da un’angolazione più complessa, originale, profonda, ricca di possibili letture. Così siamo tornati all’origine della nutrizione, alla madre, permettendoci di parlare di tanti altri argomenti: sessualità, corpi e desideri, leggi, di stato e nazioni. Parlare di mamme, significa parlare di padri e padroni, purtroppo - di femminismo, di emancipazione, del contrasto tra tradizione e progresso - forse il tema più italiano che ci sia. Una mostra nata anche dal dialogo con Beatrice Trussardi che da subito aveva pensato che durante Expo si dovessero celebrare anche le donne».

Sbaglio o Le piacciono più le mostre di “umore” storico che quelle di “proposta”?

«Mi piace fare mostre in cui imparo quello che non so. Se durante la lavorazione di una mostra imparo un sacco di cose, anche il pubblico si divertirà di più, imparando altrettanto e scoprendo diversi percorsi possibili. Il problema è che se uno fa solo mostre di proposta, finisce per fare elenchi di artisti preferiti e trovo questi elenchi sterili: è ormai roba che anche le fiere sanno fare. Poi si tratta di collocare l’arte nel contesto della cultura. E infine certo mi piace anche fare mostre in cui magari per una sola volta nella vita posso prendere a prestito due Salvador Dalí, un Frida Kahlo, 50 collage di Max Ernst. Un’occasione unica non solo per lo spettatore e per l’istituzione ma anche - egoisticamente - per me, per vedere riunite opere che mai si sarebbero incontrate prima o dopo».

Quale è l’opera che secondo Lei affascinerà di più le masse?

«Spero ce ne siano tante. Viviamo in un mondo di individui più che di masse, o di individui massificati, in cui tutti hanno - grazie al cielo - il proprio gusto, i propri “like” e “mi piace”. Quindi spero appunto che ciascuno trovi le proprie opere preferite. Tra quelle piu spettacolari e popolari ci saranno la Balloon Venus di Jeff Koons, una bellissima e scintillante versione post-umana di una venere preistorica. La grande sala colma di passeggini vuoti accompagnati dalla musica di Amazing Grace di Nari Ward, un’opera struggente che parla di bambini scomparsi, di perdita, e nostalgia. Tra le opere storiche ce ne sono molte ma immagino che le più popolari saranno Frida Kahlo, un Dalí un po’ osé, una parete con Dorothea Tanning, Leonora Carrington, Remedios Varo e Leonor Fini. Oppure una performance quasi invisibile di Roman Ondak in cui ogni giorno una mamma verrà in mostra a far camminare il proprio bambino».

E quella che respingerà di più?

«Difficile a dirsi, c’è un Rosemarie Trockel che è un pupazzo di bambino con una mosca appoggiata sulla guancia: un’immagine inquietante. Oppure i cosiddetti disegni di infanzia di Valie Export, in cui i bambini si vendicano dei genitori».

Il Suo mito è Harald Szeemann che gia voleva fare una mostra così. Cosa insegna ancora Szeemann al mondo dell’ arte?

«A a me interessa in particolare lo Szeemann degli Anni 70 e inizio 80 quando si dedica a grandi mostre in cui mescola arte, cultura materiale, pubblicità, artisti sconosciuti e illustri dilettanti. Ciò che mi interessa di più in questi esempi è l’idea che l’arte sia parte di un discorso più ampio e che riguarda ogni aspetto della società. Quando stacchi il cordone ombelicale che lega l’arte alla cultura, alla fine finisci sempre per fare il gioco del mercato».

Il mercato fa da tiranno oggi. È la vera mamma del mondo dell arte?

«A mio parere il mercato assomiglia più che altro a un padre tiranno, irresponsabile e farfallone, che finisce per andare dove lo tira il desiderio e dove ci sono affari da fare e qualche nuova faccia da conquistare»

Alla Triennale c’è la mostra sul cibo di Celant. Con la mamma un altro luogo comune o stereotipo di noi italiani. Cosa ne pensa?

«A me la mostra è piaciuta, soprattutto la parte al piano inferiore con tutto il materiale storico e culturale. La parte sul contemporaneo l’ho trovata un po’ troppo piena un po’ prevedibile nelle scelte in cui le opere sembrano selezionate più che altro in base al soggetto. D’altra parte una critica che si muoverà alla mia è che è troppo oscura, cervellotica forse».

La mostra di Celant ha suscitato polemiche per i costi. La Sua costerà molto meno. Perché?

«Di certo è una mostra più piccola, in dimensioni: il nuovo deve attrezzarsi per fare di più con meno risorse, per fare di necessità virtù».

Se Lei avessi avuto un budget alla Celant avrebbe fatto una mostra più bella? Più grande? O solo più cara?

«Beh di sicuro avremmo dormito sonni più tranquilli. Questa mostra ha richiesto grandi sforzi finanziari, ma anche personali, da parte di tutta la Fondazione. E abbiamo trovato anche il sostegno di altri partner come Bnl, che sono stati altrettanto generosi».

L’Expo ha messo dei soldi?

«No».

È la prima volta che la Fondazione Trussardi fa una mostra a pagamento. Come mai?

«Si tratta di una mostra complessa che non poteva essere completamente sostenuta da sponsor e donazioni - abbiamo anche realizzato una serie di edizioni, di Maurizio Cattelan e Nathalie Djurberg, per finanziarla. Abbiamo però tenuto il prezzo del biglietto il più basso possibile per continuare nella nostra scelta di rendere l’arte accessibile a tutti».

La critica che teme di più?

«Che ci sia tanto da leggere per capire a fondo la mostra: abbiamo prodotto una brochure con testi su tutti gli artisti e gli argomenti - credo di ci siano circa 50 mila parole che accompagnano le opere e raccontano le storie degli artisti. In un certo senso è un grande album di famiglia. In alcuni casi se non si concede il tempo alla lettura, può ad esempio sfuggire il perché il pisciatoio di Duchamp sia in mostra: se si presta attenzione invece si scopre che nel 1917 veniva descritto come una “madonna da bagno” perché il suo profilo assomigliava al velo della madonna».

L’Italia è ancora un Paese per vecchi?

«Temo di sì e il guaio è che tra un po’ anche io passo dalla categoria di “giovane promessa” a quella di “solito stronzo”».

Cura una mostra sulla mamma e obbliga Sua madre a diventare nonna. L’ha fatto apposta? Quando un curatore diventa babbo che succede?

«In siciliano “babbo” significa stupido: spero di non fare quella fine. Almeno con questa mostra spero di aver imparato a guardare le cose anche dalla prospettiva delle mamme».

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