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I FORTI DI PASTRENGO

Nel 1859, alla fine della Seconda Guerra d’Indipendenza e il conseguente armistizio di Villafranca, il territorio veronese divenne terra di confine.  Al di là del Mincio, la Lombardia veniva ceduta al nascente Regno d’Italia mentre il Veneto rimaneva sotto la dominazione austriaca. Di conseguenza l’Impero Asburgico  vide accrescere l’esigenza di fortificare queste zone tutto intorno fortemente militarizzate con le piazzeforti di Rivoli, di Peschiera  e di Verona, queste ultime comprese nel sistema difensivo del famoso “Quadrilatero”.

La zona collinare di Pastrengo venne considerata d’importanza strategica perché posta sulla strada che da Verona porta al Lago di Garda e la posizione elevata  permetteva di controllare un vasto territorio a 360°, dalla Valle dell’Adige alla città di Verona, dalle colline moreniche verso sud fino alla sponda del lago. Memori della sconfitta subita un decennio prima dalle truppe dell’esercito sabaudo, sconfitta che poteva essere decisiva per le sorti della guerra, su richiesta del generale Josef Radetsky, gli Austriaci decisero di edificare qui un possente campo trincerato composto da quattro forti e da un telegrafo ottico, indispensabile, quest’ultimo per la comunicazione fra i vari comprensori fortificati.

I lavori iniziarono nel giugno del 1861 e ci vollero solamente cinque mesi per completare l'intera opera. Furono impiegati dai 3000 ai 7000 uomini, molti dei quali abitanti del luogo. Per cui ci fu, in quella occasione una grande opportunità di lavoro, non solo per la manovalanza ma anche per le varie attività del paese di Pastrengo e per le zone circostanti che ne ebbero un gran vantaggio economico. I quattro forti, costruiti sulle alture attorno al paese, vennero progettati in base agli schemi del colonnello-ingegnere Andreas Tunkler e del maggiore Daniel Salis Soglio che prevedevano un impianto “tanagliato” di forma poligonale. Più moderni rispetto a quelli di Rivoli, costruiti dieci anni prima, potevano ospitare i nuovi cannoni a canna rigata che permettevano una più lunga gittata e una maggior precisione. Per questo motivo presentavano una notevole emergenza rispetto al piano di campagna ed erano circondati da un largo fossato dove l’accesso era permesso tramite un ponte levatoio. All’interno vi era un ampio cortile e degli spazi per la guarnigione. Le postazioni di artiglieria sui rampari accessibili tramite larghi scivoli che permettevano il traino dei cannoni, erano protette da muri e terrapieni e battevano il territorio circostante. Il fossato era protetto dalla fucileria che agiva anche nella galleria di controscarpa accessibile tramite un passaggio sotterraneo.

Tutti i forti possedevano i servizi indispensabili per il sostentamento, ciascuno di un ottantina di soldati, per un lungo periodo. Un moderno impianto idraulico convogliava l’acqua piovana in un pozzo interrato solitamente al centro del cortile; funzionavano le stalle per i cavalli e dei magazzini per le manutenzioni ordinarie. I forti erano collegati fra loro da una strada che poi scendeva fino alla riva dell’Adige in località Pol dove, all’occorrenza, poteva essere gettato un ponte di barche che assicurava, in casi estremi, una via di scampo sull’altra sponda.

Le tecniche costruttive  della scuola militare austriaca tendevano a dare, insieme alle caratteristiche di robustezza e impenetrabilità, un tocco quasi artistico alle costruzioni e ancora adesso, le stesse sono ammirate per il loro aspetto possente ma al tempo stesso armonico ed elegante. Il sistema costruttivo prevedeva l’impiego di pietra locale, per lo più Rosso Ammonitico, perfettamente squadrate a mo’ di parallelepipedo e legate da un sottile strato di malta; questo a differenza dei forti del periodo precedente come quelli della zona di Rivoli che usavano una sagomatura di forma poligonale irregolare. Le finestre e le feritoie dei fucilieri presentavano in molti casi una cornice elegantemente sagomata, con arco a pieno sesto o a sesto ribassato, frutto di una evidente ricerca estetica oltre che strutturale.

Il campo trincerato di Pastrengo non fu mai coinvolto in azioni militari e nel 1866, dopo la Terza Guerra d’Indipendenza e la conseguente annessione del Veneto al Regno d’Italia, fu preso in consegna dal Regio Esercito che, al contrario dei forti di Rivoli, non ritenne di dover intervenire lasciando  immutate le strutture  e utilizzandole come magazzino fino all’inizio del 1900 quando le fortificazione vennero definitivamente dismesse.

Tutti i forti di Pastrengo, a parte il Telegrafo ottico, oggi sono di proprietà privata e si trovano in buono stato di conservazione. Due di loro (il Leopold e il Nugent) sono sede di attività ristorative e perciò sono soggetti a cura e manutenzione periodica. Gli altri due sono un po’ più sottoposti al degrado ma comunque ancora in discreto stato di conservazione.

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