La punteggiatura:

«Oggi se ne sta lì come la segnaletica stradale, non ci facciamo caso, ma esiste da pochissimo tempo. Scriviamo da seimila anni (minuto più, minuto meno) e usiamo i “segni paragrafematici”, come dicono i linguisti, solo da duemila e quattrocento. I greci erano svogliati e la adoperavano in modo incerto. I romani non la usavano per nulla. Al tempo di Dante c’erano i glifi che oggi ignoriamo, estinti come dinosauri: il doppio punto, il punto mobile, la virgola alta. Fourier pretendeva quattro tipi di virgole. Questo è un breve prontuario di ciò che ne resta. Prendiamo la virgola per esempio,»

«Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere e significare con segni». Già nello Zibaldone Giacomo Leopardi preconizzava gli emoji, ma soprattutto si lagnava degli eccessi di punteggiatura. È buffo: proprio adesso che la punteggiatura era diventata abbastanza stabile, è arrivato il terremoto della rete. Faccine, emoticon, emoji si rendono necessari per qualsiasi comunicazione online, pena l’incomprensione se non l’incazzatura dell’interlocutore. Punto e punto e virgola? Buonanotte. Ogni segno viene letteralmente spazzato via da quello che i linguisti – sempre sussiegosi – chiamano lo «smarrimento interpuntivo della scrittura popolare». Ci attende una lenta estinzione? Probabile.

E dire che i segni di interpunzione avevano avuto vita breve, fino a quel momento. Oggi la punteggiatura se ne sta lì come la segnaletica stradale, da usare un po’ come viene (abbiamo dato l’esame di scuola guida, dopodiché guidiamo alla carlona); insomma, non ci facciamo caso o non ci interessa granché, ma esiste da pochissimo tempo. Scriviamo da seimila anni (minuto più, minuto meno) e usiamo i “segni paragrafematici”, come dicono – sempre contegnosi – i linguisti, solo da duemila e quattrocento.

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I greci erano svogliati e la adoperavano in modo incerto. Aristotele, sempre sistematico, provò a fare chiarezza: «Ciò che si scrive, generalmente, dev’essere agevole da leggere e da pronunciare. È questo precetto a far sì che la maggior parte di coloro che scrivono non usi troppe congiunzioni, né frasi complesse da interpungere». E poi, perfido: «Come fa invece Eraclito». Povero Eraclito: passare alla storia anche per un’infamata di Aristotele. E poi: la chiarezza sarà mica tutto nella vita.

A ogni modo i romani non la usavano per nulla: come intuisce Leonardo G. Luccone nel fondamentale Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, la colonna traiana non ha gli spazi. Possiamo immaginare gli equivoci. A un dato momento, nel II secolo a.C., un certo Aristofane di Bisanzio si mise in testa di regolare il flusso delle parole. Ne nacque una felice anarchia fatta di trattini, puntini, segnetti collocati in alto, in basso, in mezzo. Si inventano, si spostano: tutto è arbitrario per lunghissimo tempo. E dopo? Documenti scarsi, grande incertezza. Tanto per dirne una, nessuno sa come l’abbia usata Dante nella Divina Commedia.

Esistono glifi che oggi ignoriamo, estinti come dinosauri: il doppio punto, il punto mobile, la virgola alta. Con l’avvento della stampa, grazie ad Aldo Manuzio, cominciamo a codificarli. Pietro Bembo pubblica le Cose volgari di messer Francesco Petrarcha e, per così dire, mette i puntini sulle i; ossia aiuta una buona volta il lettore a muoversi dentro il testo. Eppure il criterio resterà disordinato.

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Diciamolo con un maestro come Luca Serianni: «Tra le varie norme che regolano la lingua scritta, quelle relative alla punteggiatura sono le meno codificate, non solo in italiano». Oppure con lo spirito caustico di Carlo Emilio Gadda: «Una vaga disseminazione di virgole e di punti e virgole, buttati a caso, qua e là, dove vanno vanno, come capperi nella salsa tartara». I futuristi, tipicamente, volevano abolire tutto; gli scapigliati rinnovare (Carlo Dossi creò la fantomatica doppia virgola, ossia una virgola sopra l’altra); Fourier pretendeva quattro tipi di virgole. In punto di morte, intanto, può essere divertente tracciare un breve prontuario di ciò che resta a condire i nostri testi, che siano i temi della scuola media o gli articoli di giornale, i romanzi di genio o la Costituzione.

La virgola, «Ho lavorato a un poema tutto il giorno. La mattina ho aggiunto una virgola, nel pomeriggio l’ho tolta». Aveva ragione da vendere, Oscar Wilde. A volte un minuscolo segno è decisivo, e qui parliamo della regina del testo. Cenno da nulla, maestra del traffico, maestà sommessa della pagina, tuttofare, traffichina instancabile, piccolo sbaffo miracoloso che ordina i pensieri e scandisce uno scritto. È un essere minuscolo, anche se prende il nome da una parola pesante (virgula[m], «piccola verga») per renderla leggerissima.

Fungibile e mutevole nel corso del tempo (da orizzontale a verticale, da obliqua a leggermente ricurva come la troviamo oggi), la virgola – ricordiamolo – non serve a riprendere fiato, come afferma l’autorevole Jacques Drillon nel Traité de la ponctuation française: «L’occhio non respira mica». Ed è vero, anche se l’occhio corre, arranca, scarta di lato, trotta e saltella sul posto. Quindi respirerà anche, dovrà prendersi un momento per fermarsi e ripartire. O forse no. La virgola è tanto altro. Scansione logica, ordine mentale, movimento.

Charles Dickens la usava a profusione: è come il braccetto del partner in una giga frenetica, una danza di relative e incisi. Anche Manzoni abbondava, mentre D’Annunzio dissentiva: «Costrutto molto virgolato è costrutto molto bacato». Eppure elegantissima, ad esempio, in Anna Maria Ortese: «Si divisero, egli le scriveva a lungo, inutilmente, da Vienna» (Mistero doloroso). La virgola, si sa, non andrebbe mai messa tra soggetto e verbo, eppure il sempre caro Manzoni lo fa quando gli pare e piace: «Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una» (Promessi sposi, ça va sans dire). Idem, svariate volte, Italo Calvino. Certo, le eccezioni te le devi meritare. E poi?

La virgola aiuta gli incisi, favorisce gli elenchi, assiste le partizioni logiche del discorso. «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori»: non sembra quasi rubare la scena nel celebre incipit dell’Ariosto? Fondamentale per rendere meno ambigue le frasi: c’è una bella differenza tra «Non ho nessuno scopo e sono felice» e «Non ho nessuno, scopo e sono felice». Pare che un professore inglese una volta scrisse sulla lavagna la frase «A woman without her man is nothing». Tutti gli alunni maschi corressero: «A woman, without her man, is nothing». Tutte le alunne femmine corressero: «A woman: without her, man is nothing». Chissà se è vero.

Rarissima nei titoli, con svariate eccezioni (come Si chiama Francesca, questo romanzo di Paolo Nori). Casi limite: nel romanzo Zona, Mathias Énard elimina ogni punto e lascia fluire tutto il testo attraverso le virgole; Giovanni Mariotti in Storia di Matilde elimina ogni segno di interpunzione e pone soltanto, al centro esatto del romanzo, una virgola: perno, snodo gigantesco, fatica immane. Nello tsunami della scrittura online, la virgola tende a sopravvivere: sorniona, duttile, simpatica, mai aggressiva. Datemi una virgola e solleverò il mondo, o insomma cercherò di ordinare un poco il caos dell’universo, ossia della mente.

Il punto. È un’inezia, un minuscolo pois sulla pagina bianca, eppure potentissimo. Ferma, arresta, impone. Punto, punto e basta, punto e a capo: drasticità. Ma anche sintesi: «Il punto è questo». Chiude le storie dopo pagine e pagine, con burocratica efficienza. Ce lo immaginiamo, impiegato dell’Assoluto: «Mi sono già adoperato per chiudere tutte queste belle frasette di Thomas Mann», dirà, «volete che mi dia pena se fermo La montagna incantata una volta per tutte?»

Un aguzzino, un impiegato scontroso e tassativo. Eppure disposto a cambiare, talvolta: volenteroso: si mette appollaiato sulle i, compone la dieresi, si abbina alla virgola. Il punto aiuta a congedarsi dalle parole e dai concetti che le parole hanno veicolato. Ci saluta, ci aiuta a spostarci. Arresta e riparte. I latini lo usavano per separare le parole. In certi testi definiva l’inflessione melodica. Per Kandinsky era sia elemento negativo (di chiusura), che positivo (di apertura). In qualche caso addirittura unisce, come nel desueto, cilioso: «ill.mo». Il punto segnala anche la cosiddetta paratassi: netta, incalzante: «Non mi aspetto granché dagli psi. Non mi aspetto granché neanche dagli altri pazienti intorno a me. Abbiamo tutti una buona ragione per essere qui» (Virginie Despentes, Caro stronzo). Nel parlato aiuta gli uomini dalle argomentazioni scarse a illudersi di avere ragione: «Clint Eastwood è un regista imprescindibile, punto». Oggi, secondo l’autorevole New York Times, è considerato – almeno nelle chat sui dispositivi elettronici – estremamente assertivo, se non addirittura aggressivo. Chi scrive ha litigato con una ragazza su WhatsApp per questo motivo. Così lo scambio

l’hai mai visto les enfants du paradis
No.
è il modo di rispondere?

Finita così, punto e a capo. Non a caso due linguisti appartenenti alla scuola di Praga intitolarono un libro sulla sintassi Il campo di tensione.

I due punti: Il punto raddoppia e diventa leggerissimo, aereo, voluttuoso. I due punti aiutano, soccorrono, puntano a spiegare. Possono sostituire congiunzioni causali, dichiarative, consecutive. La frase si ferma per un attimo e un faro illumina quella successiva: sono i due punti, operai discreti, sempre in coppia, senza la tracotanza del punto singolo che invece decide. I due punti sono di servizio, con un che di minimamente oracolare, perché spiegano.

Precisetti, placidi. Li immaginiamo orgogliosi di quel mestiere. Senza di loro, nessuno prende voce: con l’eccezione di qualche scrittore pretenzioso che non li usa, sono loro infatti a introdurre il discorso diretto. Me li vedo: «Sotto, ragazzi: questo personaggio vuole dire una baggianata delle sue». Gli scrittori più preziosi e affettati li usano per inframmezzare il discorso, a mo’ di punto e virgola, o forse di virgola. È un uso autoriale che viene definito “a cannocchiale” e va usato come la ketamina: con moderazione. Gadda – con esempio mirabile – non manca all’appuntamento: «Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo, del nostro mondo detto latino, benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne» (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana).

Ma anche Antonio Delfini: «Nei piccoli caffè i vecchi giocavano o leggevano il giornale, e al rintocco delle campane pareva che dovesse loro scoppiare il cuore: erano ricordi mesti che tornavano confusi, astratti: evocazioni senza fiori» (Autore ignoto presenta). In questa ultima frase i due punti, all’apparenza tanto umili e pratici, raggiungono l’acme delle proprie possibilità di grazia. La punteggiatura non è mai inerte: aspetta solo un artista che la esalti.

Il punto e virgola; Qua non si scherza più. Qua parliamo di vita e di morte. Il punto e virgola è moribondo, forse morto, sepolto e cremato e dimenticato perfino dai suoi cari. Provate a inserire il punto e virgola in una chat: tanto vale mettere un pittogramma, una runa, un carattere qualsiasi appartenente al proto-cuneiforme. Insomma, è come spiattellare una bestemmia; anzi no, quella è presa meglio.

Abbandonato, negletto, vessato: dove metterlo, che farsene? Oggi che anche il punto e la virgola soffrono, come pensare che una combinazione dei due possa sopravvivere? Androgino in via d’estinzione, elegantissimo segno a metà strada che serve e non serve, e proprio per questo tanto più tenero. «L’assassinio del punto e virgola è molto più grave dell’assassinio di padri, madri, figli, figlie, mariti, mogli, nonne, cognati di cui parlano con infinita voluttà i nostri giornali». Così Pietro Citati, qualche anno fa, con enfasi forse leggermente eccessiva.

Di parere opposto, Kurt Vonnegut: «Regola uno: non usare il punto e virgola. È un ermafrodita travestito che non rappresenta assolutamente niente, se non che siete andati all’università». Nella sua ambiguità è invece tratto sublime, ibrido, insolito. Per imparare a usarlo, aprire a caso un qualsiasi libro di Giorgio Manganelli. Così faccio in questo esatto momento, giuro: «Si beve molto: orsù, non mi fraintendete; si beve accanitamente una certa acqua minerale, non di Chianciano, buona assai, debbo dire, e mi sono accorto che il corpo disorientato si stava abituando ad usare l’acqua a mo’ di pane; ho anche cercato di masticarla, l’acqua, ma mi lasciava insoddisfatto» (La favola pitagorica). Il punto e virgola ricorda certi nobili decaduti, raffinati, che si lasciano vivere; hanno pretese di artificiosità, non servono più ma non fanno male a nessuno. Bevono troppi martini al tramonto, invecchiando con vano decoro.

Il punto esclamativo! Luigi Pirandello: «Sgranava gli occhi, come se vi ponesse punti esclamativi sempre più sperticati». Enfatico, prepotente, eccessivo. È l’amico che, invitato a cena, trinca e sbraita di continuo, mettendo in imbarazzo i commensali. Nella prima metà del Novecento, qualcuno ne propose perfino l’abolizione. Non può mancare, tuttavia, in grida e versi e esclamazioni (soprattutto di piacere: Tiziano Scarpa ha immaginato che, rovesciato e collocato tra parentesi, potrebbe effigiare l’organo genitale femminile). Va sottolineata la valenza ironica: «Figuriamoci! Che stupidaggine! Una cosa da donna!» (Ursula K. Le Guin,  I sogni si spiegano da soli). Per Francis Scott Fitzgerald, uno che di tono e di grazia se ne intendeva, da evitare come la peste: equivale a ridere alle proprie battute. Usato in modo incauto da amanti entusiasti nei WhatsApp («Sei bellissima!!!!!!!!») o da inefficaci slogan pubblicitari (cartello avvistato da chi scrive in corso Buenos Aires, Milano, questo novembre: «È sempre la stagione di pulci e zecche!»), il punto esclamativo – incidiamolo nella pietra – non regala incisività! Visto?

Il punto interrogativo? Sgomento, il punto interrogativo (o di domanda) si domanda – appunto – perché gli abbiano dato questo ruolo ingrato. Inquisire, indagare, sondare di continuo il lettore. Angosciarlo, in definitiva. Atterrirlo, a furia di inchieste. Il punto di domanda non ha altra funzione. Esso stesso è smarrito. Anche quando rinuncia a interrogare, con le domande retoriche constata l’ovvio.

Usato in più esemplari, rischia di irritare, perdendo (di nuovo) incisività. «Ma davvero?????» «No, dimentica tutto». Di tanto in tanto, si concede un flirt con il punto esclamativo, certo non per placarsi, ma anzi per esprimere sgomento e orgasmo. Nella lingua spagnola si lancia in una carambola, comparendo a inizio frase rovesciato. Per un uso creativo: di nuovo un virtuoso come Gadda (da non provare a casa): «Ma che cos’era il sole? Quale giorno portava? sopra i latrati del buio». E poi un grande classico di Gianni Rodari: «Un Tizio salì in cima al Colosseo e gridò: ‘Mi butto?’ ‘Non è regolare,’ gli fecero osservare i passanti. ‘Lei doveva metterci il punto esclamativo, non il punto interrogativo. Torni a casa e studi la grammatica.’ Qualche volta un errore di grammatica può salvare la vita». Teniamolo a mente.

I puntini di sospensione… Sono tre, di norma. Se l’incauto scriba ne usa uno di più o uno di meno, l’utente saccente si fa prendere da isteria.«Sono tre! Tre e basta! Tre di numero!» Diverse persone sono state portate via da due signori in camice bianco per avere assistito a un uso sciatto dei puntini di sospensione. Due sembrano monchi e di più sembrano un eccesso (anche se Gadda, al solito, ne usava quattro).

Otto puntini di sospensione denotano nei migliori casi un’attenuazione dell’effetto voluto e nei peggiori un goffo tentativo di malizia, ad esempio in: «che ne dici di un cinema e poi…….. bicchierino a casa mia………..». Lei, giustamente, declina. Non va dimenticato il saggio di Umberto Eco in cui si sconsigliava di abbondarne, pena la perdita di precisione; seguivano gli esempi classici: «Nel mezzo del cammin di… nostra vita», oppure «Quel ramo del lago di… Como», o ancora «Chiamami… Ishmael».

Da segnalare l’uso smodato, quasi asmatico, che ne ha fatto Louis-Ferdinand Céline, soprattutto in epoca tarda. Esempio a caso da Il ponte di Londra: «In un certo senso… in fondo non nuoce… ero in pieno vantaggio… un minuto fa…» Tutto così, per quattrocento pagine. Diciamolo: Céline ha fatto con i puntini di sospensione quello che Jimi Hendrix ha fatto con la chitarra.

(Le parentesi) Se ne stanno lì, perennemente staccate l’una dall’altra, a delimitare, a sorreggere un gruppo di parole, come una morsa o un’impalcatura. Due mezzelune, due piccole falci. Inciso, specificazione, “a parte”. La parentesi ha funzione importante, di alternativa alla virgola e al trattino, ma anche di movimento sintattico.

Scrivere «Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone» è diverso che scrivere «Il lettore s’è già avveduto che Don Abbondio non era nato con un cuor di leone». Vivono un nuovo momento di gloria all’arrivo delle emoticon, per allestire – insieme ai due punti e al trattino – un volto sorridente:-) Vladimir Nabokov, in Intransigenze, l’aveva presagito, dicendo «Molte volte penso che dovrebbe esistere uno speciale segno tipografico per indicare un sorriso – una specie di lineetta concava, una parentesi tonda supina, che ora mi piacerebbe tracciare in risposta alla sua domanda». Come le virgolette, possono essere pronunciate: “Sono uscito con Mario che è, tra parentesi, un pirla, e mi ha detto che…». Inoltre, come certi algidi bibliotecari, le parentesi si occupano di richiami bibliografici e didascalie teatrali. «Sono questioni decisive», sembrano dire, piccate, “possiamo sbrigarle solo noi. La prego di lasciarci in pace». Ancora più di nicchia, oltre Alfa Centauri: le parentesi quadre, relegate a misteriosi omissis.

L’asterisco* Nobile stellina che rimanda a una nota a piè di pagina o a un riferimento bibliografico. A volte, nelle intercettazioni o in certi romanzi, si fa torbido e serve a occultare un nome o una parola, conferendo di volta in volta mistero, elusività, crimine. Per questioni legate al politicamente corretto, ha trovato nuova diffusione onde rendere meno offensivi all’orecchio di lettori e lettrici epiteti dispregiativi legati a un’etnia o a un trauma. Negli ultimi tempi è tornato in auge per le questioni di genere, a rendere neutra e quindi inclusiva la desinenza. Il grafema viene considerato impronunciabile, sebbene in un’occasione pubblica chi scrive abbia avuto l’intrepida idea di pronunciarlo con uno schiocco sommesso delle labbra, ossia un bacino.

“«‘‹Le virgolette›’»” Ne esistono di vario genere: doppie e basse (« »), dette anche francesi o sergenti o caporali; doppie e alte (“ ”), dette inglesi; singole e alte (‘ ’), dette apici o tedesche; singole e basse (‹ ›), dette thailandesi (quest’ultima non è vera, però mi spiaceva per loro). Ad ogni modo, cosmopolitismo a iosa, come si nota. Le virgolette cambiano a seconda delle norme redazionali, regole oscure grazie alle quali le case editrici cercano di darsi una vaga personalità.

Denotano ironia (non sempre). Caso emblematico, citato nell’altrettanto fondamentale Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavell: in Francia, nel dopoguerra, quando si nominava l’acronimo del Partito Comunista Francese, P.C.F., la stampa di sinistra metteva la C tra virgolette, mentre la stampa di destra metteva la F tra virgolette. Ancora adesso esiste un diffuso tic gestuale per cui, inarcando per aria indice e medio delle due mani, chi parla pone tra virgolette immaginarie una parola su cui ironizzare. In Brevi interviste con uomini schifosi, David Foster Wallace scrisse un intero racconto in cui la protagonista viene descritta intenta a muovere le dita per simulare le virgolette, con effetti notevolmente comici.

Il-trattino– Quello lungo separa, quello breve unisce: la poesia del trattino potrebbe stare tutta qua, in questo esercizio da circo alla Chaplin: il nanerottolo che tiene insieme con immenso sforzo e lo spilungone che si ostina a distanziare. Destino dello spilungone è distaccare parole per elaborare incisi, destino del nanerottolo è accorpare parole che forse un giorno non avranno più bisogno di lui, come “antifascista” o “ecosistema” (ormai diffuse). Ebbe un momento di gloria punk: Marco Philopat, scrittore milanese, pubblicò un intero romanzo, Costretti a sanguinare, dove l’unico segno di interpunzione era il trattino.

La barretta / Oggi fa più fico dire “slash”. Nei salmi biblici segnava una pausa della voce. È sempre sul punto di cadere e rovinare a terra, sempre a spintonare come in metropolitana nelle ore di punta. Alterna di continuo: questo/quello. Schizofrenica, instabile. Si nobilita e si fa bella quando per risparmiare spazio la citazione di un verso poetico viene disposta per esteso, invece di andare a capo. «Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». Imbucata dell’infinito, la barretta si adagia tra i versi dei grandi poeti e se la gode.

Gli spazi bianchi                           Ebbene sì. Anch’essi sono interpunzioni e non lo si dice abbastanza. Viene chiamata “punteggiatura bianca” e regola l’occhio in modo decisivo, anche se non ci facciamo caso. Gli a capo che scandiscono i paragrafi, il doppio a capo che separa le parti di un testo, i lunghi spazi bianchi che ci portano a un nuovo capitolo. E poi, in poesia, le omissioni dell’enjambement (o inarcatura). Momento di pausa, infinito metafisico, vacuità risolutiva, assenza, rinuncia, sottrazione fondamentale. Riusciamo a distinguere le parole grazie a loro. Veniamo dallo spazio bianco e torneremo lì. È solo così che, dopo il punto, ci congediamo.

Marco Rossari
Marco Rossari

Scrive e traduce. Il suo romanzo più recente è L'ombra del vulcano (Einaudi). Ha tradotto Malcolm Lowry, Charles Dickens, George Orwell, Gertrude Stein, Joseph Conrad e tanti altri.

STORIE/IDEE

Da leggere con calma, e da pensarci su